Musicoterapia Veneto

16 luglio 2020

Improvviso: la relazione in Muicoterapia

Mariateresa Turrici

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Molte le definizioni in musicoterapia a sottolineare la complessità di una pratica che è pensata e agita a partire da visioni dell’uomo differenti, in esse è per lo più presente la parola “relazione”, a mio avviso, punto centrale e fondamentale perché tutto ciò che viene enunciato in tali definizioni possa accadere: la comunicazione, l’apprendimento, l’emozione, la motricità, etc.

In questo momento mi riferisco alla musicoterapia umanistica.
Anche se può essere scontato è bene ricordare che tutto ciò che si avvale del termine umanistico nella teorizzazione e nella pratica pone come proprio centro, focus, fine, l’uomo. L’uomo nella sua realtà complessa quale è. Nella Musicoterapia Umanistica dunque, l’uomo è centrale, e con esso la musica, in quanto la musica è dento l’uomo (Willems); da esso è stata voluta e creata, a partire dall’imitazione dei suoni della natura, agli strumenti musicali che sono ad imitazione della naturale voce dell’uomo, primario strumento per eccellenza.

La musica dall’uomo torna all’uomo, attraverso la musicoterapia in tutte quelle situazioni in cui vi è una mancanza. La mancanza è qui da intendere come caratteristica ontologica di un essere, l’uomo, che per divenire nel mondo necessita di cura. La cura di cui la musicoterapia si occupa è quella di offrire possibilità di colmare la mancanza, attraverso una forma d’arte, dunque ad un atto creativo.
La musicoterapia, nella sua intenzionalità di possibilità trasformativa, considerando che nel tentativo di colmare una mancanza è necessario che avvenga una trasformazione, trova nella ricerca della costruzione di una relazione significativa il senso dell’incontro con l’altro.

Tutto quello che posso fare è dare una possibilità. Posso costringere l’altro alla relazione? Posso decidere io che l’altro deve relazionarsi? Nell’infinita abnegazione di aiutare l’altro sto imponendo una mia volontà a discapito della sua? La sola cosa che posso fare è offrire delle possibilità ma la possibilità ci riporta all’essenza dell’essere, l’apertura al suo possibile divenire ciò che è. L’uomo è possibilità, citando Heidegger.
Perché ci sia relazione, cioè due mondi che si incontrano, è necessario che essi si comprendano. La musica, nella pratica musicoterapica si pone come possibilità di contatto per instaurare una relazione, la musica tocca l’altro e al contempo ne siamo toccati. (Ne abbiamo precedentemente parlato). Così come tra due persone che vengono da mondi differenti e parlano linguaggi differenti possono non capirsi, non necessariamente l’universalità della musica è sufficiente a comprendersi. Non basta che ci sia la musica. Dev’esserci “quella musica” quella che parla all’altro, che è capace di essere accolta dall’altro perché parla proprio di lui, perché dà voce ad una sua emozione, ad un movimento, un suo modo di essere nel mondo.

La “sua musica”, è la musica che il musicoterapeuta suona nella relazione, che essendo movimento reciproco dall’uno all’altro inevitabilmente parla anche di chi la esegue. Solo così l’altro potrà riconoscersi in quella manifestazione della volontà di incontro, in quella che diviene la forma entro cui l’altro si riconosce, perché è stato visto e ascoltato.

Sfiorando il tema della reciprocità e del riconoscimento ricoeuriano, l’altro riconosce se stesso perché interloquito o buberianamente potremmo dire “io ci sono perché l’altro ha risposto alla mia invocazione”. La musicoterapia accoglie il richiamo, anche se a volte tacito, offrendo una possibilità di stabilire un legame, dipendente dalla messa in campo dell’intenzionalità: è necessaria la presenza della reale intenzione di esserci l’uno per l’altro da parte dei due mondi che si incontrano perché vi sia relazione. Capita nella nostra attività che la persona a cui ci rivolgiamo non sappia di essere un mondo, perché nella sua difficoltà di comunicare nessuno (al di fuori dei rapporti genitoriali) lo ha considerato come tale.

Lo scambio relazionale che la musicoterapia cerca di avviare, di mantenere ed espandere ha la sua forza trasformatrice nella possibilità, per chi ci sta di fronte, di sentirsi persona capace di essere se stessa nel proprio dire, quindi di esistere, nella sua propria forma qualunque essa sia. La musica, se beninteso la musica che parla all’altro perché è la “sua musica”, crea uno spazio in cui due mondi possono reciprocamente confrontarsi e mentre lo fanno divengono l’uno testimonianza dell’esistenza dell’altro.

Vi è presupposto in questo reciproco movimento la formazione identitaria di ognuno. La musica nella relazione ha cura che l’altro insieme a me possa affermare il suo poter essere, per ciò che in quel momento è. Tutto questo è solo un accenno dell’importanza che riveste la relazione nell’uomo, nella musicoterapia.

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