Musicoterapia Veneto

Musicoterapia: la militanza

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Pensare con la propria testa, camminare con le proprie gambe non è un privilegio ma la realizzazione di se stesso in equilibrio con il mondo e con gli altri nell’ascolto profondo.

Frequentando l’ambiente della musicoterapia, i suoi corsi di studi, le associazioni, i professionisti, maestri capiscuola e tutti coloro i quali parlavano del lavoro del musicoterapeuta (oggi così si definisce) come psicologi e psichiatri, mi sono accorto che effettivamente esiste una certa dissonanza cognitiva.
La dissonanza cognitiva è un concetto introdotto da Leon Festinger nel 1957 in psicologia sociale, e ripreso successivamente in ambito clinico da Milton Erickson. (Wikipedia)
Due o più cognizioni che sono in contraddizione fra loro danno luogo a uno stato di disagio interno alla persona conosciuto come dissonanza cognitiva. Ad esempio: "Non sopporto le persone disoneste" e "A volte mi comporto in maniera disonesta" sono due elementi psicologicamente incompatibili (‘dissonanti’) che creano uno stato interiore negativo. (La Comunicazione - dizionario di scienze e tecniche)

Quando si parla di relazione di aiuto si dà per scontato che chi lo fa è nella condizione di equilibrio almeno tra l’identità personale ed l’identità sociale. Ma se l’identità personale, e quindi il concetto di sé non è ben costituito nella persona, allora subentra la ricerca di un surrogato che dia sostegno al proprio essere, al proprio pensiero e al proprio agire. Le convinzioni legate al mio ruolo all’interno del gruppo non saranno le mie ma di qualcun altro a cui mi affido.

Carlo Sini

Alcuni studi hanno dimostrato come sia pericolosa la concorrenza quando questa può creare faziosità e militanza. “Non si tratta di militare. Lo so che militare dà tanta soddisfazione perché uno si sente riconosciuto, si sente appartenente e ha una sana vitale conflittualità con quegli altri che stanno di contro. Però queste sono le vie lastricate dell’inferno entro le quali si perde se stessi non si raggiunge se stessi, non si trova se stessi.” (Carlo Sini – Arte e conoscenza come orizzonte di salvezza - http://www.musicoterapiaveneto.it/Arte-e-conoscenza-come-orizzonte-di-salvezza.html ).

Henri Tajfel

Henri Tajfel “La teoria dell’identità sociale”

Henri Tajfel è stato uno psicologo britannico di origine polacca. Nel 1981 pubblica uno studio di ricerca intitolato “La teoria dell’identità sociale” (Tajfel, 1981) in cui l’obiettivo è stato quello di esaminare le condizioni minime in cui un individuo nel proprio comportamento mostra discriminazione intergruppi.
I risultati hanno evidenziato che:
- l’incompatibilità degli interessi materiali (la presenza di un conflitto oggettivo di interessi tra i gruppi) non è necessaria per produrre discriminazione: il favoritismo per l’ingroup può operare anche contro l’interesse materiale del proprio gruppo;
- la categorizzazione sociale (cioè la semplice distinzione categoriale di ingroup e outgroup) è sufficiente a determinare discriminazione.

Perfino in questa situazione ‘minima’ i partecipanti discriminavano a favore dei membri dell’ingroup e contro i membri dell’outgroup, in modo gratuitamente competitivo.
La differenziazione intergruppi può non dipendere dall’ostilità precedente tra gruppi, dal conflitto realistico per risorse materiali, dall’interesse personale.
Queste erano, infatti, variabili appositamente escluse a priori nella situazione sperimentale.
Non c’era a priori nessuna competitività esistente tra i due gruppi.
Sono le risposte dei partecipanti che sono competitive!!!!
Le risposte sono competitive: infatti, i partecipanti potevano scegliere l’equità oppure la cooperazione.

ALLORA, perché i soggetti discriminano?
Le persone costruiscono il concetto sé non solo attraverso l’identità personale, come individui singoli, ma anche attraverso l’identità sociale, come membri di gruppo.
L’identità sociale è, quindi, la parte del concetto di sé di una persona che deriva dalle sue appartenenze di gruppo.
Un assunto della teoria è che si cerca una identità sociale positiva – si ha bisogno di appartenere a gruppi valorizzati socialmente.
(Psicologia Sociale – Prof. Falvo)

Irving Janis

Irving Janis (1972) “I processi decisionali nei gruppi: Il fenomeno del ‘pensiero di gruppo’ (Group-think)”

Janis ha evidenziato un paradosso fondamentale del comportamento di gruppo: la forte coesione è spesso legata a grossi errori nei processi decisionali del gruppo.
Janis ha esaminato una serie di decisioni “disastrose” prese da gruppi di esperti: ad es., il tentativo americano di invadere Cuba nel 1961.
Com’è possibile spiegare questa contraddizione?
Una spiegazione è il concetto di “pensiero di gruppo” un processo che può condurre persino gruppi di individui molto intelligenti a prendere decisioni sbagliate.
La definizione originale definisce il “pensiero di gruppo”: “un modo di pensare che le persone mettono in atto quando sono altamente coinvolte in un gruppo coeso, in cui la tendenza alla ricerca dell’unanimità è più forte delle motivazioni che ognuno di loro possiede per intraprendere un’altra azione”.
Nelle condizioni in cui un tale gruppo debba prendere una decisione, con buona probabilità mostrerà gli 8 sintomi ricorrenti nel “pensiero di gruppo”:
1. illusione di invulnerabilità – i membri del gruppo credono di non poter mai fallire;
2. convinzione ferma nella bontà e moralità della propria causa;
3. creazione di un’atmosfera di non contraddizione;
4. i gruppi rivali sono stereotipati e gli esterni non vengono considerati meritevoli di partecipare;
5. clima di auto-censura che elimina ogni possibile espressione di disaccordo;
6. illusione di unanimità a scapito di una mancanza di reali alternative;
7. pressione diretta a chiunque si permetta di dissentire;
8. preoccupazione dei membri di proteggere il proprio leader, evitando di fornirgli informazioni che lo possano contraddire.

Quindi
Questi studi mi fanno pensare ad una parcellizzazione della società a partire dalle esperienze delle associazioni che erano nate per degli scopi precisi rivolti alla tutela dei più deboli o di chi non aveva voce nella società fino ad arrivare, nel nostro tempo, a delle associazioni il cui scopo è quello di difendere dei poteri. Il tutto mascherato dal concetto di professionalità. Il parallelismo che con la parcellizzazione del corpo in medicina e con l’eccessiva iperspecializzazione è conseguente con tutte le problematiche che queste sollevano. Come ad esempio la manipolazione delle persone e la definitiva abdicazione a pensare con la propria testa e di camminare con le proprie gambe.

Mauro Scardovelli

Bene lo scrive Mauro Scardovelli quando parla della musicoterapia umanistica nel suo “Quaderno” http://www.mauroscardovelli.it/blog/archivio-contenuti-pre-2015/

“È finita l’era dei maestri, in cui l’allievo doveva cercare una guida esterna, affidarsi ad essa, schierarsi. I grandi uomini fanno grandi cose, ma anche grandi errori. Freud e Marx, accanto a scoperte geniali, hanno sostenuto convinzioni prive di ogni fondamento. Milioni e milioni di persone hanno dato loro un credito eccessivo, hanno disputato e lottato per decenni per affermare la corretta versione dei loro maestri, e hanno perso la capacità critica, la capacità di vedere con i loro occhi e di pensare con la propria testa, come Kant insegnava oltre duecento anni fa. Anche l’acritico affidamento ad una guida è una dipendenza, che ci risparmia la cosa più importante, e più dura: assumerci la nostra piena responsabilità di esploratori.”

“Dopo Kant e dopo la psicoanalisi, sappiamo che non ci è dato di comprendere il mondo esterno se non comprendiamo il mondo interno. Se non conosciamo i filtri e i moventi attraverso i quali costruiamo le nostre rappresentazioni del mondo, finiamo per confondere realtà e proiezione. D’altra parte, se ci concentriamo solo sul mondo interno, corriamo un rischio altrettanto grave: perdere di vista i condizionamenti profondi - ambientali, sociali, culturali, non solo affettivi e relazionali -, che sovradeterminano il nostro modo di pensare, percepire, sentire, volere (Fromm, Suzuki, De Martino, 1960; Galimberti, 2009)”.

Sulla stessa linea

J. Krishnamurti

J. Krishnamurti “La sola rivoluzione”

Che cos’è questo bisogno di un guru? Ne sa forse più di voi? E che cosa sa? Se dice di sapere, in realtà non sa e, inoltre, la parola non è lo stato reale. Chi può insegnarvi quello straordinario stato della mente? Essi forse sono in grado di descrivervelo, svegliare il vostro interesse, il vostro desiderio di possederlo, sperimentarlo, ma non possono darvelo. Voi dovete camminare con le vostre gambe, dovete fare il viaggio da solo e in quel viaggio dovete essere voi il vostro maestro e discepolo.
“Ma tutto è molto difficile, non vi pare?” disse. “E i passi possono essere resi più facili da coloro che hanno sperimentato quella realtà”.
Essi diventano l’autorità e tutto ciò che voi dovete fare, secondo loro, è semplicemente seguire, imitare, obbedire, accettare l’immagine, il sistema che offrono. In questo modo voi perdete ogni iniziativa, ogni diretta percezione. Non fate che seguire ciò che, secondo loro, è la via della verità. Purtroppo, però, la verità non ha una via che conduca a lei.
“Che cosa intendete dire?”, gridò esterrefatto.
Gli esseri umani sono condizionati dalla propaganda, dalla società in cui sono stati educati – ogni religione, infatti, afferma che il suo sentiero è il migliore. E ci sono mille guru pronti a sostenere che il loro metodo, il loro sistema, il loro modo di meditazione, sia l’unico sentiero che porti alla verità. E, se voi osservate, ogni discepolo tollera, condiscendentemente, i discepoli di altri guru. La tolleranza è l’accettazione per così dire civile di una divisione fra gli uomini – politicamente, religiosamente, e socialmente. L’uomo ha inventato molti sentieri, dando conforto a ogni credente, e così il mondo si è spezzettato.
“Intendete dire che dovrò abbandonare il mio guro? Abbandonare tutto ciò che mi ha insegnato? Sarei perduto!”
Ma non è necessario perdersi per scoprire? Noi abbiamo paura di perderci, di essere incerti, e così corriamo dietro a coloro che promettono il cielo in campo religioso, politico o sociale. In realtà costoro non fanno che incoraggiare la paura e tenerci prigionieri in quella paura.
“Ma posso camminare con le mie gambe, da solo?”, domandò con voce incredula.
Ci sono stati tanti salvatori, maestri, guru, capi politici e filosofi, e non uno di essi vi ha salvato dall’infelicità e dal conflitto. Allora, perché seguirli? Forse c’è un’altra strada, una strada del tutto differente, per accostarci a tutti i nostri problemi.
“Ma sono abbastanza serio da affrontare tutto ciò con le mie sole forze?”
Voi siete serio solamente quando cominciate a capire – senza l’aiuto di nessuno – i piaceri di cui andate in cerca. Voi esistete al livello del piacere. Non che non ci debba essere il piacere, ma se questa ricerca del piacere occupa dal principio alla fine tutta la vostra vita, allora, ovviamente, voi non potete essere serio.
“Mi fate sentire impotente e disperato”.
Vi sentite disperato perché volete le due cose insieme. Volete essere serio e volete anche tutti i piaceri che il mondo può dare. Questi piaceri, però, sono così meschini e insignificanti che desiderate di più il piacere che chiamate “Dio”. Quando vedete tutto ciò da solo, non secondo qualcun altro, allora il vederlo fa di voi il discepolo e il maestro. Questo è il punto principale. Allora voi siete l’insegnante e l’insegnato e l’insegnamento. (J. Krishnamurti “La sola rivoluzione” pag. 32 - cap.6)

Pensare con la propria testa, camminare con le proprie gambe non è un privilegio ma la realizzazione di se stesso in equilibrio con il mondo e gli altri nell’ascolto profondo.

Mario Zattin

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[ Pubblicato on-line il 20 gennaio 2016 ]
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